Mindfulness è dissolvere la maschera e riscoprire l’autentico volto.

Un antico Koan chiede “qual’era il tuo volto originale prima che i tuoi genitori nascessero?”. Il koan è una domanda illogica che scuote le credenze e i condizionamenti per proporre un’apertura che si spinga oltre la mente e le sue costruzioni, scardina i presupposti e offre una possibilità di risveglio.

Qual è il vero volto?

Ci è stato insegnato fin da piccolissimi a non essere autentici.

Crescendo avviene nell’essere umano una sorta di frammentazione ed oblio; gradualmente via via che si delinea la divisione tra gli atteggiamenti opportuni ed accettabili e quelli riprovevoli o non adeguati all’ambiente, inizia il pensiero dualistico, dicotomico e lineare a discapito della visione d’insieme.

La persona, il bambino, comincia automaticamente a seppellire ciò che non va in lui, che non funziona nel mondo circostante e a mostrare ciò che può destare accettazione e plauso.

Ogni volta che ci concentriamo su “come dovrebbe essere” perdiamo il contatto con ciò che è, inevitabilmente qualcosa  viene dimenticato, obnubilato e la nostra consapevolezza si  assottiglia.

Trattasi di una ricerca non già di ciò che si è ma di ciò che la struttura sociale si aspetta tu sia. E’ questione di sopravvivenza.

La meditazione praticata costantemente e con integrità può essere molto utile e vediamo come, trattando brevemente i sette pilastri della pratica meditativa:

  • Non Giudizio
  • Pazienza
  • Mente del Principiante
  • Fiducia
  • Non cercare risultati
  • Accettazione
  • Lasciar Andare

Praticando il Non giudizio andiamo ad osservare il Critico Interiore e il Giudice, due facce della stessa energia: da un lato ci ricordano pedissequamente tutto ciò che non funziona in noi, dall’altro sono pronti a svalutare gli altri per farci guadagnare qualche punto ed elevarci a migliori. Il Critico/Giudice è un coach malefico che ci incalza continuamente a nascondere il nostro vero volto e a offrire la maschera sicura, quella che negli anni si è dimostrata la più funzionale, lo fa per metterci al sicuro; l’intenzione è buona, per questo non va combattuto ma integrato, l’integrazione avviene quando si ha la volontà di vedere ed accogliere ciò che c’è.

La Pazienza  è di per sé saggezza. Nasce dalla comprensione e dall’accettazione che le cose hanno un loro tempo e un loro modo per manifestarsi, la pazienza non forza, non induce e sicuramente non costringe a nascondere o a mentire. Nella pratica di consapevolezza coltiviamo la pazienza nei confronti del nostro corpo e della nostra mente ricordandoci che non c’è bisogno di irritarci se il primo duole e la seconda è irrequieta. Matura benevolenza nei confronti di noi stessi e dei nostri limiti.

Nella Mente del Principiante ci sono infinite possibilità e assenza di aspettative. Questa è l’attitudine fanciullesca. Il bambino interiore: giocoso, curioso e puro. La mente del principiante è sempre nel qui e nell’adesso, tutte le informazioni che possiede si applicano al passato ma non sono trascinabili ad oggi, perché questo momento non è mai avvenuto prima. Coltivando una mente da principiante andiamo ad abbandonare antiche credenze e notiamo eventualmente l’automatismo della mente discorsiva a servirsene per valutare il presente e i suoi significati, anziché riceverlo così com’è.

Quando c’è  Felt-sense (il senso del sentire), la connessione con la propria intuizione, la facoltà di dare un nome alle proprie emozioni e sensazioni, allora stiamo coltivando la Fiducia. Le maschere che più spesso indossiamo sono i volti dei vincenti, di coloro che “ce l’hanno fatta”, indossare la pelle di un altro non è mai un buon affare per svariati motivi; si vive con l’incubo che il nostro bluff venga scoperto, non potremmo mai realizzare l’autocoscienza perché siamo fuori centro e non per ultimo recidiamo il NOSTRO sentire, ed e solo tramite la nostra sofferenza che avviene la trasformazione e la crescita evolutiva. Con la pratica affiniamo l’intenzione di investigare e di scoprire il nostro mondo, e nella fiducia troviamo rifugio.

La pratica  di consapevolezza è l’unica attività al mondo che non ha un obbiettivo. Non esiste un criterio secondo cui definirla buona o cattiva pratica, noi lasciamo che ciò che si manifesta nel reale venga accolto nella coscienza, con piena presenza e a cuore aperto. Non cerchiamo risultati, ma con un’attenzione non selettiva riceviamo ciò che è, così com’è. Riceviamo quindi ciò che siamo, così come siamo…. con le nostre brutture e le nostre pulsioni poco virtuose, e questo unitamente al non giudizio ci consente di scoprire gradualmente, a poco a poco il nostro vero volto.

Accettazione è il terreno che è mancato ai nostri piccoli piedini di bimbo quando abbiamo deciso che era il caso di essere qualcun altro per essere amati. Non si tratta di rinunciare a migliorare o di prendere passivamente tutto ciò che la vita pone. Al contrario è un’attitudine positiva di prendere il reale così com’è nel presente, fare amicizia, accoglierlo con pazienza e compassione, ricevere se stessi e gli altri: accettare di avere la febbre, accettare di sentire gelosia, paura, fastidio, accettare il cliente burbero o il collaboratore al quale devi ripetutamente spiegare la medesima cosa, accogliere la realtà e non aggiungere altro. L’accettazione prepara il terreno alle buone idee e consente risposte pro positive alle sfide dell’ambiente. Infine scioglie completamente il presupposto che sottende alla costruzione di una maschera.

Il controllo è un’illusione. Il nostro respiro appartiene alla natura, il nostro corpo appartiene alla vita. Ci sono cose che possiamo gestire, altre che sono evidentemente non subordinate al nostro controllo  e che ci alleniamo, con la pratica meditativa, a Lasciare Andare. In occidente questo aspetto è  particolarmente difficoltoso per via dell’attaccamento e l’identificazione con le cose materiali.                                                                                                       In oriente si usa uno stratagemma curioso per catturare una scimmia: si fa un piccolo buco, sufficiente per far passare la mano della scimmia, in una noce di cocco che poi si fissa alla base di un albero, dentro si pone una banana, la scimmia scende dall’albero, la sua mano aperta entra nel buco ed afferra la banana, ma ora il suo pugno stretto intorno alla banana è troppo grosso per uscire da buco, alla scimmia basterebbe lasciare andare la banana e sarebbe libera in un attimo. La maggior parte delle scimmie non è disposta a farlo. Analogamente nella pratica scopriamo di non permettere alle sensazioni, pensieri ed emozioni di dissiparsi naturalmente, il nostro attaccamento è la nostra trappola. Nessuna maschera potrà mai cadere se non la lasciamo andare.

Infine, è utile sapere che le maschere, le personalità posticce e il Critico/Giudice detestano il silenzio, nella Meditazione si agiteranno a tal punto che se il praticante sarà vigile non potrà non individuarle e con l’energia della consapevolezza indebolirne i condizionamenti, respiro dopo respiro.

Vale la pena di conoscersi veramente, mi sembrerebbe un’occasione sprecata non farlo.

Naturalmente ci vuole coraggio e una certa dose di costanza e disciplina. Verrà voglia di fuggire, di smettere, di fare altro e spesso starcene lì seduti immobili per 20 o 40 minuti ci sembrerà tempo perso… ma credetemi, lo dico con tutto il mio cuore: è una rinascita.

Buon Cammino.

Namastè.

Iris

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